Giovanni Antonio de’ Sacchis detto il Pordenone

CENNI BIOGRAFICI

Pordenone, 1483-Ferrara, 1539

Considerato il maggiore protagonista della pittura del Rinascimento in Friuli, capace di reinventare con libertà e forza espressiva una figurazione libera dal peso delle convenzioni e dalla tradizione precedente, il Pordenone è interprete originale della cosiddetta maniera “moderna” sulla scorta di modelli individuati nei loro elementi di novità nell’opera di Raffaello e di Michelangelo.

Attivo in Friuli, a Venezia, in Emilia, Liguria, e Umbria, è stato tra i più importanti pittori ad affresco della prima metà del Cinquecento, e morì all’età di 56 anni secondo una tradizione risalente a Giorgio Vasari, che nelle sue Le vite de’ più eccellenti pittori scultori e architettori lo esalta sottolineando i caratteri di “terribilità e un certo furore molto da pittor nuovo e stravagante”, precisando la sua eccellenza nell’ “invenzione delle storie, nel disegno”, “nella velocità, nel rilievo grande”. L’artista pertanto sarebbe nato a Pordenone intorno al 1483, in una famiglia che risulta risiedere in città dal 1429, da Angelo, magister murarius originario di Corticelle nel bresciano, e da Maddalena. Mori a cinquantasei anni, e le sue esequie si tennero il 14 gennaio 1939 a Ferrara.

Dopo un apprendistato in Friuli seguendo l’esempio dell’opera di Gianfrancesco da Tolmezzo e soprattutto di Pellegrino da San Daniele, artista aperto al confronto con i maestri non solo veneti del primo Rinascimento, quali Andrea Mantegna e Giovanni Bellini, o Cima da Conegliano e Bartolomeo Montagna ma anche dei pittori ferraresi, Pordenone guarda a Venezia dove Giorgione, Tiziano e Sebastiano del Piombo, stavano gettando le basi della cosiddetta “maniera moderna”

Nel 1505 il Pordenone è già citato come “maestro”, ovvero ha finito il suo apprendistato ed è pronto al matrimonio: la sua prima opera firmata e datata al 1506 è un affresco nella Chiesa di Santo Stefano a Valeriano, che documenta, come ricorda sempre Vasari, di aver fatto in gioventù ampia pratica nell’affresco “in contado”, allontanandosi dalla città per scampare ai pericoli della peste.

Dopo un probabile viaggio a Roma intorno al 1518, come attestano alcuni lavori nel castello e nella parrocchiale di Alviano in Umbria, luogo d’origine di Bartolomeo d’Alviano comandante delle truppe veneziane che il 20 aprile 1508 avevano conquistato Pordenone, nel 1520 i “massari” del duomo di Cremona gli affidano la decorazione ad affresco della Passione di Cristo sul lato destro della navata, e la grandiosa Crocifissione che si sviluppa sull’intera controfacciata del duomo. In forza delle arditissime soluzioni prospettico-illusionistiche adottate, che fanno della decorazione una grande scena di teatro, e per il concitato espressionismo riconducibile in parte a modelli nordici, il Pordenone si guadagnò universalmente l’appellativo di pictor modernus. Velocità esecutiva e sprezzatura nella resa diventano i caratteri fondanti della sua “nuova maniera” che trova proprio a Cremona il suo culmine espressivo.

Rientrato in patria nel 1522, il Pordenone esegue diverse opere di carattere sacro e profano in varie località del Friuli, tra cui Valeriano, Pinzano, Travesio, dove aveva già posto mano anni prima mano alla decorazione della pieve: dalle “portelle” dell’organo del duomo di Spilimbergo, ultimate nel 1524, agli scomparti della cantoria dell’organo del duomo di Udine (1527). Lo affianca in bottega Pomponio Amalteo, che nel 1534 ne sposa la figlia Graziosa e che completerà i molti lavori lasciati incompiuti dall’artista, divulgandone la maniera ben oltre la metà del secolo. Il Pordenone è chiamato anche a Venezia per decorare il coro della chiesa di San Rocco (1528-1529) e nel 1530 si iscrive alla fraglia dei pittori veneziani. Tra il 1530 e il 1532 è all’opera nella chiesa dei Francescani a Cortemaggiore e in quella di Santa Maria di Campagna a Piacenza. Il principe Andrea Doria, in previsione della vista dell’imperatore Carlo V, lo incarica di affrescare la facciata meridionale del proprio palazzo di Fassolo, nei pressi di Genova, dove attivo da diversi anni attivo nello stesso cantiere è Perin del Vaga, già collaboratore a Roma di Raffaello, e Pordenone entra così in contatto con il versante più estroso e fantastico della lezione raffaellesca.

Nell’estate del 1535 ottiene una patente di nobiltà dal re d’Ungheria per tramite dell’amico e conterraneo Girolamo Rorario, col conseguente soprannome d’ora in poi di “Regillo”. Il Pordenone si stabilisce quindi definitivamente a Venezia dove, protetto da personaggi influenti quali Jacopo Soranzo, dalla famiglia Pesaro e dallo stesso doge Gritti, diventa il principale antagonista di Tiziano, distinguendosi come il più autorevole portavoce in ambito veneto di una cultura figurativa di impronta romana, in una fase in cui la grandiosità e il plasticismo della lezione michelangiolesca aveva cominciato a fare i conti con le eleganze formali della “maniera”.

Nel 1539 è inviato a Ferrara dal duca Ercole II per l’esecuzione di una serie di cartoni per arazzi. Poco dopo l’arrivo nella città estense, “assalito da gravissimo affanno di petto”, muore nell’osteria dell’Angelo dove alloggiava. A tramandare la fama conquistata in vita da Giovanni Antonio sarà soprattutto la stima di Giorgio Vasari con il suo fondamentale testo per la storia dell’arte italiana intitolato Le vite de’ più eccellenti pittori scultori e architettori, la cui prima edizione risale al 1550, ampliato con ulteriori dettagli sull’opera dell’artista nella seconda edizione (1568).

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